Amor mio credevi
che le stanze pulite
generassero vite
e salpassero lente
nel mare
quali isole a prua
non muovono invece
restiamo da soli
a guardarle svanire
come polvere a dita
o negli occhi la vita
E ti facesti pendolo,
dal soffitto discesa
come una ragione
che non spiega
o un temporale
che scoppia nella casa.
Finestre non ci sono
per andare
ed è tutta la stanza
a capo chino,
un tavolo dorme
nel va e vieni dell’ombra.
mia vecchia,
mia stanca,
ho grattato le urla
e le risa.
Così netta è la casa !
Soltanto da poco
la sera ritorna
rincasa
è una zingara
amara
e dov’era
la polvere d’oro
c’è polvere grigia
Andare
Tornare
Disfare
la neve
già viene
Perché cantare?
Salmodiare la triste cicala
che nel petto
si sgola.
Dove la voce?
Tralasciare la nota più roca
sul fondo bluscuro
del cuore.
E poi quale nenia ?
Guardare passare il corteo
di sillabe amare
per dire
Ascoltami
Sono venuto di notte
per non lasciarti vedere la luce
Le parole dettate dal buio
avranno contorni di vino
di luna sfuocata
e sorpresa
La sera che sceglievo
Nel ciarpame di ieri
Che cosa lasciarti
La sera del giorno
Che dissi
Possiamo bastare
Quella che anticipa
L’ora che il buio
Risale sul muro
E si mangia la casa
E divora il giardino
Giù giù fino al mare.
Se non sono mai nato
A chi tocca
Cantare ?
Ti ricordi
della luce
che spezzava
il tuo corpo
di candida morfina ?
Da un foro
di persiana
l’oro
penetrava
la mia stanza
senza posa.
Le mani
da una parte
i seni
da quell’altra.
Eri fatta
di buio
finché il raggio
non tracciò
il suo bordo
di parole.
Tu divisa
nella stanza
navigasti
senza vista
ed a lungo
i capelli
si scordarono
le mani.
C’è nel bagno – luminoso -
un palcoscenico di vetro
dove stanno i tuoi profumi
- Tu che candida marciavi
se di un soldo d’amore
ascoltavi il richiamo -
C’è in cucina
sopra il tavolo
l’alone dimenticato
da un bicchiere di baci
- Tu che indomita falciavi
Le stanze come grano
Odiando che la polvere
Tornasse per guardarci -
C’è nel letto da rifare
L’attesa delle mani,
Di un lenzuolo profumato
Che alla notte ci prepari.
Quando viene alle labbra
Il disprezzo delle cose
E tace in trasparenza
L’ascolto del cuore.
Quando scruto nello specchio
Quegli occhi di nibbio
Che san gestire la parola
E la vedono bastare.
Quando tocco le carezze
Che mai ho ripagato
Per l’orgoglio evanescente
Di un libro divorato.
Si fa piccola la sera
E ci puoi cadere dentro.
Anime semplici
a passeggio
Vorrei rivedere di Lia
quel ventre di figli pesante
le trecce che girano lievi
alla fronte sudata
e di Abraham la pipa fumante
- spande il fumo a gabbiani,
lontani -. Tutto il fiume
si porta, ed i canti,
e le vigne, come gli anni
ch’ai vortici vanno.
Potrei regalarti quel fiore
che ieri gemeva sepolto
alle mani; di fògliole verdi
il ricordo; è ad esse
che corre la vita, fuggendo
dal padre. Ed il fiume
è una vecchia che gonfie
ha le gambe di piogge
autunnali. Fanali.
questo scritto deve l'ispirazione alle Renane di Apollinaire
C’è una fotografia
Dove ridi nel bianco
E nel nero
C’è una scarpa
Col tacco spezzato
Un dente che rotola
Sull’asfalto
Sbranato
C’è un cane
Che guarda
Dimenticandosi
Gli occhi
Una coda-serpente
Sinuosa
Nell’umido
Stagno del sole.
Ma tu manchi e
Cè un giorno
Qualunque